venerdì 26 giugno 2009

E' morto Michael Jackson!


Non posso crederci, è morto Michael Jackson! La notizia è stata data attorno alla mezzanotte di oggi, io resto confuso... questa proprio non me l'aspettavo. Personalmente mi dispiace moltissimo.

Michael Jackson è un personaggio che ha dato tantissimo alla musica, sarà ricordato per sempre, al pari di Elvis Presley e dei Beatles.

Immagine Pubblica
chiude in segno di lutto.

- Mat, 0re 00:51

giovedì 18 giugno 2009

Notiziole poliziesche

E' stato annunciato ieri il titolo del nuovo album di Sting, "If On A Winter's Night..." (ricorda qualcosa di Italo Calvino, non so se è un caso...), che sarà pubblicato a ottobre dalla Deutsche Grammophon, la stessa prestigiosa etichetta che aveva già editato il precedente "Songs From The Labyrinth". Prodotto da Robert Sadin, il nuovo album di Sting s'avvale di noti collaboratori del nostro - fra cui il bravissimo Dominic Miller - e conterrà ballate e traditional angloirlandesi di alcuni secoli fa, fra cui Gabriel's Message, che il nostro aveva già proposto come lato B del singolo Russians (1985). Le uniche due canzoni scritte da Sting sono The Hounds Of Winter e Lullaby To An Anxious Child, entrambe originariamente pubblicate nel 1996.

Sempre a ottobre, inoltre, uscirà l'autobiografia di Stewart Copeland, "Strange Things Happen: Life with The Police, Polo, and Pygmies". Il carismatico batterista sarà però impegnato musicalmente in questo mese & nel prossimo coi nostrani La Notte Della Taranta: in Italia si esibiranno i prossimi 30 giugno (Roma, Villa Ada) e 4 luglio (Milano, Jazzin' Festival). Energico come sempre, il buon Stewart è anche al lavoro con orchestre sinfoniche varie per due progetti concertistici.

E Andy Summers? Il poliziotto più tranquillo fra i tre s'è dato con successo alla fotografia con tanto di esibizioni in giro per il mondo. Comunque, per ogni ulteriore dettaglio rimando ai siti...
Ah, dimenticavo, se per caso non si fosse ancora capito: io amo i Police! :)

- Mat

lunedì 15 giugno 2009

Oggetto del desiderio


Eccolo qui, il cofanettone contenente tutte le canzoni dei Beatles ufficialmente pubblicate fra il 1962 e il 1970, in ciddì stereofonici appositamente rimasterizzati!

Il prossimo 9 settembre - il fatidico 09/09/09 - dovrò fare un colpo in banca... o in un negozio di dischi. :)

- Mat

(la foto è tratta da quest'ottimo blog sui mitici)

giovedì 11 giugno 2009

Visioni felliniane: l'incontro col cardinale

Vedendo & rivedendo "8 1/2", quello che reputo il film più bello di Federico Fellini, resto sempre colpito dagli incontri che il protagonista - interpretato da Marcello Mastroianni - fa col cardinale, entrambi in cura nella grande stazione termale toscana.

Gli incontri sono quattro: due senza contatto diretto e altri due di persona. L'ultimo è il mio preferito, quello che avviene nella saletta appositamente riservata al cardinale per i fanghi. Il protagonista, un regista in crisi chiamato Guido Anselmi, ottiene finalmente udienza privata dal cardinale, dopo tante & inutili raccomandazioni da parte dei suoi collaboratori e del produttore del film. La sequenza, in bianco e nero come tutto il resto del film, è d'una visionarietà eccezionale, con il protagonista che non si vede più e del quale si sente solo la voce...

-Soltanto cinque minuti - gli dice il monsignore che l'accoglie.

-Eminenza, io non sono felice - dice il regista al cardinale, che ha un'immagine spettrale dietro un telo per proteggerne la nudità.

-Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi ha detto che si viene al mondo per essere felice? - replica il cardinale mentre si avvia alle sue cure riservate, dopodiché gli fa una breve predica con citazioni latine, un monito a non abbandonare la civitas dei. Dopodiché il regista è respinto da una feritoia che si chiude e dal vapore che ne esce.

Questa sequenza si trova all'incirca dopo un'ora dall'inizio del film ed è uno degli episodi che più amo fra i molti & memorabili proposti dal cinema di Fellini. Credo che parli della distanza della Chiesa, della sua inaccessibilità verso chi ha un orientamento diverso nei confronti della vita, di una sua incapacità d'ascoltare realmente chi si rivolge ad essa partendo dal basso.

Ma che cos'è la felicità, poi? Ce lo dice Ennio Flaiano, sempre per bocca di Guido Anselmi nello stesso film: la felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno.

- Mat

giovedì 4 giugno 2009

The Soul Cages (1991)

Credo che i primi tre album incisi in studio da Sting come solista siano fra i migliori che siano mai stati prodotti nell'ambito della musica contemporanea. Probabilmente il più bello resta ancora "...Nothing Like The Sun" ma, di fatto, quello che continuo ad ascoltare con più frequenza è il successivo "The Soul Cages", dove il celeberrimo artista inglese raggiunge definitivamente il suo stile maturo.

Sting ha fatto sempre le cose con classe ma questo suo terzo album è quello che presenta gli arrangiamenti più raffinati. Del resto, ancora una volta, i suoi collaboratori sono eccezionali... qui ricordo: Manu Katché alla batteria, Kenny Kirkland e David Sancious alle tastiere, Branford Marsalis ai fiati, Ray Cooper alle percussioni e soprattutto Dominic Miller, il più fido & abile chitarrista ad aver accompagnato Sting nella sua avventura solista, qui al suo debutto accanto a lui. Il tutto prodotto dallo stesso Sting con Hugh Padgham, una celebre conoscenza risalente ai tempi dei Police.

1) Il suono d'una northumbrian pipe, una sorta di cornamusa, introduce Island Of Souls, una grandiosa ballata dai toni celtici. E' uno dei brani più suggestivi & raffinati di Sting, con un ritornello molto bello, in lento crescendo, mentre in chiusura troviamo lo stesso suono della cornamusa a chiudere un capolavoro dentro un capolavoro.

2) Edita su singolo già nel dicembre del 1990, la briosa All This Time è una delle canzoni più note del nostro. Un pop di gran classe con una lieve venatura country & un ritornello orecchiabilissimo e leggermente malinconico.

3) Il pezzo forte è però Mad About You, che resta fra le canzoni che più apprezzo in assoluto: cadenze mediorientali, chitarre ritmiche in grande spolvero, esecuzione vocale impeccabile, bridge indimenticabile... insomma, detto spassionatamente, è un altro capolavoro!

4-5) A dispetto del titolo, Jeremiah Blues è un brano tendente al rock dove il bravissimo Dominic Miller si scatena nel finale. Segue Why Should I Cry For You?, una delicata ballata, emozionante & melodica, anche se preferisco la versione inclusa nella raccolta "Fields Of Gold" (1994): è un lieve ma più efficace remix che aumenta l'impatto complessivo della canzone.

6-7) Tempo di voltare lato al mio vinile di "The Soul Cages" ed ecco un breve & malinconico brano acustico, lo strumentale St. Agnes And The Burning Train, dove il mandolino è lo strumento portante. Il tutto conduce alla maestosità di The Wild Wild Sea, un brano che sembra scritto proprio di fronte al mare in tempesta, sotto nuvoloni grigi: è un grande pezzo d'atmosfera che viviamo in compagnia d'uno Sting più meditabondo che mai.

8) I sensi sono quindi scossi dal successivo The Soul Cages, uno dei numeri più rock dell'intero repertorio di Sting: emozionante il passaggio strofa/ritornello/bridge dove il cantante riprende il bel ritornello dell'iniziale Island Of Souls, come se stesse chiudendo un cerchio.

9) La conclusiva When The Angels Fall, infatti, è ben più eterea, sembra quasi un'ascensione dopo che le canzoni precedenti ci hanno fatto vagare tra fiumi & mari. Sono proprio i fiumi e i mari - in senso allegorico - gli elementi principali dei testi di "The Soul Cages", molto introversi, per la gran parte nostalgici e autobiografici, in qualche modo legati alla recente (a quel tempo) scomparsa del padre di Sting. L'intensa lentezza di When The Angels Fall sembra avere quindi una funzione perlopiù consolatoria, una specie d'assoluzione finale.

Comunque vale la pena di menzionare l'edizione italiana di "The Soul Cages", contenente un brano aggiuntivo posto a conclusione del disco, Muoio Per Te: sulla base strumentale di Mad About You, Sting canta una rielaborazione del suo testo tradotta in italiano dall'amico Zucchero.

lunedì 1 giugno 2009

Uno dei tanti errori


Il giornalismo deve essere di formazione o di informazione?: ecco il dilemma. Finisce che si mettono d'accordo. Formare e informare. Io penso invece che il giornalismo e in genere la rapidità di diffusione delle notizie inutili e mostruose è il danno maggiore che l'umanità sopporta in questo secolo. Si sa tutto di tutto. Che noia. E che tristezza.


Queste parole, Ennio Flaiano le scriveva nel 1958. Sono di un'attualità imbarazzante.

Il brano è tratto da "Diario degli errori" (edito da Adelphi), pagine 44 & 45.

- Mat

giovedì 28 maggio 2009

Kind Of Blue (1959)


Due giorni fa, il 26 maggio, sarebbe stato il compleanno di Miles Davis e così, per festeggiare la ricorrenza, ho suonato ripetutamente il mio ciddì di "Kind Of Blue", ovvero il classico fra i classici dell'immensa discografia davisiana. Che poi, a pensarci bene, questo 2009 così poco esaltante marca i cinquantanni dalla prima edizione di "Kind Of Blue" che, in effetti, è stato ristampato - per l'ennessima volta - dalla Columbia per l'occasione in un bel cofanettone con vinile, ciddì & divuddì.

In attesa di tempi migliori per poter disporre di quel cofanettone (che ormai, ho capito, è per me un acquisto essenziale), mi limiterò a delle semplici considerazioni sull'album originale del '59, un vero disco coi controcazzi, come direbbe Miles, suonato da un gruppo coi controcazzi: i sassofonisti John Coltrane e Cannonball Adderley, il pianista Bill Evans (ma in un brano lo sostituisce Wynton Kelly), il bassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb. E poi, ovvio, tutto il carisma di Miles Davis e della sua magica tromba, qui alle prese con la massima espressione del jazz modale, vale a dire un tipo di jazz acustico (l'elettrico sarebbe arrivato per Davis solo sul finire dei Sessanta) che in base a labili schemi predefiniti sulla carta lasciava grande spazio alla libera espressione e all'improvvisazione.

In effetti i cinque brani di "Kind Of Blue" - lo splendido So What, il brioso Freddie Freeloader, il romantico Blue In Green, l'africaneggiante All Blues e il suggestivo Flamenco Sketches - mettono meravigliosamente in luce la sensibilità artistica & la bravura tecnica d'ogni singolo musicista, in un equilibrio di gruppo che definirei pressoché perfetto. E' un miracolo questo "Kind Of Blue", e concordo pienamente con chi disse che dev'essere stato fatto in paradiso.

Registrato negli studi newyorkesi della Columbia in sole due sessioni fra il marzo & l'aprile del '59 e prodotto da Irving Townsend, "Kind Of Blue" è un'autentica pietra miliare non solo del jazz ma soprattutto della musica in generale. Per Miles Davis fu una sorta di fatidico spartiacque: la musica che incise prima di "Kind Of Blue" fu una cosa, la musica che incise dopo fu tutt'altro.

- Mat

venerdì 22 maggio 2009

The Style Council, il secondo gruppo di Paul Weller

Continua l'affascinante storia di Paul Weller che, dopo l'esordio nei Jam e la sua dipartita dagli stessi nel 1982, debutta l'anno dopo con una nuova formazione, The Style Council, alla quale è dedicato il post di oggi.

Per dare avvio al suo ambizioso progetto - un gruppo aperto alle svariate possibilità espressive (meglio se di matrice black) e alla collaborazione coi musicisti più disparati - Paul ha comunque bisogno d'un complice, d'un valido alter ego in grado d'arrangiare con la giusta finezza & professionalità le sue nuove canzoni: si ricorda quindi di Mick Talbot, abilissimo pianista, tastierista e organista dei Merton Parkas, che aveva già suonato nei Jam come turnista. Il buon Mick, classe 1958 come lo stesso Paul, ha avuto un ruolo cruciale nel sound degli Style Council e resta, molto probabilmente, il miglior collaboratore che Weller ha avuto nella sua lunga storia musicale.

Gli Style Council debuttano quindi già nell'83, col gioioso singolo Speak Like A Child / Party Chambers , dopodiché partono per Parigi per trovare nuovi spunti - sia per quanto riguarda la musica ma anche per quanto riguarda la raffinata immagine da viveur della dolce vita. Da qui l'ottimo EP "A Paris" - contenente la celebre Long Hot Summer - e, infine, un mini album intitolato "Introducing The Style Council" e contenente altre canzoni superlative quali Headstart For Happiness, Money-Go-Round e The Paris Match. Il primo album vero & proprio degli Style Council, "Café Bleu", esce però nel 1984 e si presenta come il frutto già maturo d'una formazione molto eclettica: jazz, pop, rock, elettronica e addirittura rap si confondono con grande maestria in un album nel quale Weller e Talbot sono affiancati da un'invidiabile schiera di musicisti e cantanti ospiti, fra cui Tracey Thorn & Ben Watt dei nascenti Everything But The Girl che partecipano a una nuova versione di The Paris Match.

La canzone più famosa di "Café Bleu" è però la dolce You're The Best Thing, uno dei pezzi più memorabili degli Ottanta. Vale la pena di segnalare che ogni pubblicazione di You're The Best Thing (su album, su singolo, su EP e per il video) contiene una versione differente, non dei remix, bensì delle riesecuzioni vere e proprie. Questa differenziazione musicale in base ai vari formati discografici sarà una costante per molte altre canzoni degli Style Council: è uno degli aspetti che più mi hanno piacevolmente sorpreso di questo gruppo.

Anticipato dall'irresistibile singolo Shout To The Top!, nel 1985 esce l'album "Our Favourite Shop" che procede spedìto fino al 1° posto della classifica inglese: per Paul è il giusto riconoscimento dopo tre anni di dure critiche per aver sciolto i Jam, cosa che in realtà molti inglesi non gli hanno mai perdonato. In "Our Favourite Shop" la formazione degli Style Council è ormai un quartetto stabile (anche se, in tutta la vicenda del gruppo, amici & collaboratori non mancheranno mai) composto da Paul Weller, Mick Talbot, Dee C. Lee - cantante dalla voce dolce & suadente che in poco tempo diventerà la signora Weller - e dal bravissimo batterista Steve White, all'epoca ancora teenager e tuttora al fianco di Paul nella sua attività solista. E' inutile recensire qui "Our Favourite Shop", uno dei miei dischi preferiti che più in là avrà un post tutto suo.

Nonostante Weller abbia sciolto i Jam, nonostante abbia smesso i suoi panni da mod con tanto di Union Jack in bella vista a favore d'un abbigliamento più fighetto & raffinato, la sua musica e il suo impegno civile non smettono affatto di essere arrabbiati contro l'imperante thatcherismo della Gran Bretagna di quegli anni, anzi, complice una maturazione umana oltre che artistica, Paul e i suoi Style Council sono fra i pochi & credibili critici d'un regime politico che, di fatto, riuscì a modificare profondamente la vita socioeconomica (e non solo...) di milioni di britannici.

Nel 1986 gli Style Council, oltre a collaborare col regista Julien Temple per la colonna sonora del film "Absolute Beginners", fanno pubblicare un disco dal vivo, "Live - Home & Abroad", mentre sono impegnati in studio per il nuovo album, che vede quindi la luce al principio dell'87. Il disco, chiamato "The Cost Of Loving", è inizialmente pubblicato in doppio 12" da 45 giri l'uno, il tutto avvolto da una copertina completamente arancione con pochissime indicazioni. La casa discografica - la Polydor, la stessa che ha dato la possibilità a Paul di debuttare nel '77 coi Jam - non gradisce molto e in breve edita un elleppì standard con una foto del gruppo in bella mostra. "The Cost Of Loving" esplora ancor di più il territorio soul, funky e rap - cosa che suscita un po' di disaffezione da parte dei fan storici di Paul - ma, nonostante tutto, il terzo album degli Style Council giunge al 2° posto della classifica inglese, forte di canzoni notevoli come Heavens Above, It Didn't Matter, Angel (cover d'un brano di Anita Baker) e Waiting. Di lì a poco esce pure un cortometraggio musicale, "JerUSAlem", dove gli Style Council sbeffeggiano le contraddizioni della società inglese del tempo: è un film molto arguto & godibile che nel 2003 è stato ripubblicato nel fondamentale divuddì "The Style Council On Film".

Mentre Maggie Thatcher viene eletta per la terza volta consecutiva a capo del governo britannico, Paul ha una crisi d'identità: dei suoi proclami musicali di stampo laburista sembra non fregarsene più nessuno, mentre il suo pubblico fatica a seguirlo nelle sue avventure artistiche. Anche la scena musicale sta cambiando, nei club impazza ormai la house music che, per il momento, gli Style Council guardano da lontano. E così i testi di Paul - che nel 1988 è ormai trentenne, ammogliato e in attesa d'un figlio - diventano più riflessivi, intimisti e malinconici: anche la musica ne risente e l'album che ne viene fuori, il quarto per gli Style Council, "Confessions Of A Pop Group", riflette magnificamente tutti questi sentimenti & tutte le contraddizioni dell'epoca.

Seppur enormemente sottovalutato - in quel 1988 raggiunse un misero 15° posto in classifica - "Confessions Of A Pop Group" segna il definitivo tocco di classe d'una carriera come quella di Weller bella come poche altre. La storia ufficiale dice che con "Confessions Of A Pop Group" la vicenda degli Style Council giunge a conclusione: tempo una manciata di singoli - Wanted , una nuova versione di Long Hot Summer e l'ottima cover di Promised Land - & l'antologia "The Singular Adventures Of The Style Council" (1989), e con l'avvento dei Novanta il gruppo già non esiste più.

In realtà la conclusione di quella straordinaria avventura inizia da Weller nell'83 ebbe risvolti ben più polemici: nel corso del 1989 gli Style Council registrano un album di house music, "Modernism: A New Decade", che lascia di stucco la Polydor. Il primo singolo previsto, Sure Is Sure, viene quindi ritirato prima della pubblicazione ufficiale mentre lo stesso "Modernism" non vedrà mai la luce, lasciando gli Style Council ad affrontare da soli l'ostilità del pubblico della Royal Albert Hall, che poco gradisce la svolta house di Paul.

E' arrivato il fatidico 1990 e Weller, invece di festeggiare coi Council l'avvento d'una nuova decade che si preannunciava gravida di grandi speranze, decide di porre fine anche agli Style Council. In seguito, Paul diventerà un seguitissimo artista solista, tornando al 1° posto nella classifica inglese con l'album "Stanley Road" (1995), ma questa è già un'altra storia che verrà raccontata in un altro post.

Il tempo darà ragione agli Style Council dato che, già a partire dal '93, la stessa Polydor (in seguito controllata dalla Universal) ha dato avvio a uno splendido florilegio di riproposizioni counciliane: prima la raccolta d'inediti & rarità "Here's Some That Got Away", poi nel '98 addirittura un cofanetto di cinque ciddì - "The Complete Adventures Of The Style Council" - un'eccellente antologia con tanto di "Modernism: A New Decade", il controverso album house (peraltro fantastico, secondo me) rifutato dall'etichetta meno di dieci anni prima - e tutta una serie di ristampe degli album originali, culminata nella recente versione deluxe di "Our Favourite Shop" in due ciddì.

In realtà, ora che rileggo meglio questo post, ci sarebbe da scrivere ancora molto sul Paul Weller dell'epoca The Style Council - la mia preferita - ma magari gli eventuali commenti dei lettori daranno spunti interessanti per post futuri.

- Mat

martedì 19 maggio 2009

The Jam, il primo gruppo di Paul Weller

Avrei voluto dedicare un post alla carriera solista di Paul Weller ma, prima d'addentrarmi nella sua discografia & di tentarne un ritratto, ho preferito far ordine in due post che avevo scritto in passato a proposito dei Jam e degli Style Council, vale a dire i due gruppi che hanno dato fama internazionale & credibilità artistica a Paul Weller, cantante, chitarrista (ma in realtà abile polistrumentista), autore, produttore & vero motore artistico di quei due gruppi. Due formazioni che amo tantissimo, i Jam e gli Style Council, molto più del Weller solista. Che poi, a ben vedere, la vicenda di Paul è imprescindibile dalla storia di questi due gruppi. Ecco quindi un post su Jam, mentre un altro sugli Style Council sarà pubblicato nei prossimi giorni.

I Jam, discograficamente attivi dal 1977 al 1982, hanno segnato per l'allora diciannovenne John 'Paul' Weller il debutto sulla scena musicale inglese, assieme al bassista Bruce Foxton e al batterista Rick Buckler. Il trio ha realizzato sei album da studio, una ventina di singoli memorabili e una manciata di raccolte di vario genere (hits, lati A e B dei singoli, rarità, live), conquistandosi nello spazio di pochi anni un posto ben soleggiato fra le band inglesi più fortunate & amate in patria di tutti i tempi (vedi anche qui).

Il primo album dei Jam, "In The City", venne pubblicato dalla Polydor nella primavera del '77, in pieno fermento punk: contiene l'irresistibile singolo In The City e altri undici ruggenti brani a cavallo fra punk e mod revival. Prima che quel fatidico 1977 finisse, uscì comunque un secondo album dei nostri, "This Is The Modern World", col singolo The Modern World e altri brani simili nello stile a quanto già sentito con "In The City". In effetti, travolti come tutti dal clamore con cui pubblico & critica accolsero i ben più aggressivi "The Clash" e "Never Mind The Bollocks", i primi due album dei Jam passarono in secondo piano, presentando il gruppo più come dei cuginetti incazzati degli Who che delle future rockstar credibili. L'ora dei Jam sarebbe comunque arrivata, e presto, già nel 1978.

Nell'anno in cui il sottoscritto veniva al mondo, infatti, vide la luce il primo album d'una trilogia che vedrà i Jam definitivamente proiettati nello stardom musicale britannico: supportato da quattro singoli indimenticabili come Down In A Tube Station At Midnight, Mr. Clean, Billy Hunt e la cover kinksiana di David Watts, "All Mod Cons" raggiunse infatti il 6° posto in classifica, preparando la strada al coronamento definitivo. Ecco quindi "Setting Sons" (1979), che volò al 1° posto delle charts britanniche, spinto dal travolgente singolo Going Underground, anch'esso 1° nella rispettiva classifica. "Sound Affects" (1980) non bissò la conquista della vetta ma si arrestò al 2° posto: contiene comunque il singolo Start! (al 1°) e altre gemme d'una band in evoluzione verso uno stile molto più personale, antesignano del brit pop che esploderà come fenomeno riconosciuto solo nei Novanta (ecco perché parlare di brit pop per gruppi come Oasis e Blur, che non hanno inventato assolutamente nulla, mi è sempre parso ridicolo).

L'ultimo album dei Jam, "The Gift", uscì nella primavera dell'82: anticipato dal formidabile Town Called Malice / Precious, al 1° posto fra i singoli, anche il sesto disco da studio dei nostri conquistò l'ennesimo 1° posto della classifica inglese. In qualche modo, tuttavia, il giocattolo si ruppe e a romperlo fu soprattutto Paul Weller, ormai insofferente alle ristrette possibilità espressive raggiunte con Foxton e Buckler, e sempre più affascinato dal funk e dalla musica nera in generale, in realtà una sua vecchia passione. C'è da dire, inoltre, che il ragazzo era ormai cresciuto e così - come ogni grande artista dovrebbe fare - decise di seguire le proprie inclinazioni espressive a discapito del facile successo commerciale che sarebbe derivato da una riproposizione continua della stessa musica e della stessa immagine.

E così, al culmine del successo raggiunto coi Jam, Paul Weller sconvolse tutti dichiarando che - ultimata la serie di concerti prevista per il 1982 - alla fine di quell'anno avrebbe detto addio ai Jam. Non lo fecero desistere nemmeno gli ultimi grandi successi conquistati dalla band, due fortunatissimi singoli come The Bitterest Pill e Beat Surrender più la doppia raccolta "Snap!".

Dispiacerà a tutti la fine di questo grande & influente trio inglese, soprattutto ai due diretti interessati, Bruce Foxton e Rick Buckler, i quali pubblicheranno insieme un libro che non risparmierà frecciate verso Weller. Dal canto suo, Paul era già lontano, di nuovo ai primi posti delle classifiche con un nuovo progetto, The Style Council... ma questa è già un'altra storia.

Per quanto mi riguarda, sono arrivato a scoprire pienamente la musica dei Jam solo dopo essere diventato un drogato degli Style Council, gruppo del quale avevo già memorie infantili: decisi di non perdere tempo perciò - dopo essermi assicurato qualche anno prima il cofanetto in cinque ciddì "The Complete Adventures Of The Style Council" (1998) - puntai direttamente all'altro cofanetto quintuplo, "Direction, Reaction, Creation" (1997), contenente l'intera avventura di Paul nei Jam così com'è stata immortalata in studio, con tanto di ghiotti inediti.

- Mat

domenica 17 maggio 2009

Talking Heads, finalmente!

Finalmente sono riuscito ad apprezzare i Talking Heads come dicevo io! Ho sempre avuto un rapporto problematico con la storica band di David Byrne: ho capito subito che si trattava d'un grande gruppo (per tutta una serie di motivi che storici professionisti della musica possono illustrare meglio di me), però in passato non riusciva proprio a catturarmi.

Il bello è che ho sempre apprezzato brani come Road To Nowhere, This Must Be The Place e Once In A Lifetime ma quando ho ascoltato gli album "Fear Of Music" (1979) e "Stop Making Sense" (1984) non mi hanno detto molto: il primo - un elleppì che comprai per quattro soldi in un periodo in cui i negozi di dischi sembravano volersi sbarazzare quanto prima dei vinili a discapito del più pratico ma meno simpatico ciddì - mi sembrò interessante ma, come detto, non riuscì a catturare la mia attenzione. Il secondo, prestatomi su ciddì da un coinquilino ai tempi dell'università, non mi disse granché a fronte comunque d'un ascolto distratto & frettoloso.

Ho sempre sentito parlare (e bene) dei Talking Heads: compravo improbabili compilation degli anni Ottanta e vi trovavo le loro canzoni, compravo l'ultimo album degli Happy Mondays e scoprivo che veniva prodotto da Chris Frantz e Tina Weymouth, m'interessavo a Brian Eno e notavo che la sua collaborazione con Bowie era dello stesso livello di quella con David Byrne, leggevo riviste musicali e mi dicevano che Byrne - scozzese di nascita ma poi emigrato negli USA dove ha dato vita al gruppo a metà dei Settanta - aveva lasciato gli altri tre che, dopo un po', si erano riformati col semplice nome (un po' equivoco) di Heads. Ah, a proposito, di Jerry Harrison so veramente poco ma anche lui devo ritrovarmelo da qualche parte, su un disco accreditato ad altri nomi, se non ricordo male.

Insomma, ascoltando e/o comprando musica e leggendo di essa, ma anche vedendo certi film (tipo "Wall Street" di Oliver Stone), in un modo o nell'altro mi comparivano davanti i Talking Heads. Il mio problema è in realtà ben noto: ho sempre troppi nomi da sentire, vedere, leggere, collezionare & amare per dedicarmi a tutti quelli per i quali nutro genuine curiosità. Il passare degli anni serve però proprio a questo, a darmi tempo. Darmi tempo di ascoltare tutto quello che stuzzica la mia insaziabile fame di musica, alla larga dalle mode del momento e dagli abbagli dei mediocri anni Novanta e Zero.

In definitiva, come ho fatto a capire i Talking Heads? Riscoprendo un metodo che, in effetti, si rivela quasi sempre infallibile nel mio caso: partire da una raccolta, in questo caso da "Once In A Lifetime: The Best Of", edita nell'ormai lontano 1992. La sto sentendo con entusiasmo crescente... e ciò getta pure una luce inquietante sulle mie esigue disponibilità economiche... ma non precipitiamo!

Detto questo, mi propongo di tornare a parlare dei Talking Heads in maniera più completa in un futuro non troppo lontano. Per ora lascio le pagine di questo blog che fra un po' inizia la MotoGP, buona domenica a tutti.

- Mat